Il lapis specularis in Spagna

Fig. 6 – I grandi cristalli di specularite, oggetto di estrazione e di successiva lavorazione per ricavarne lastre trasparenti per le finestre (foto P. Lucci).

Dopo il convegno tematico sul lapis specularis tenutosi a Faenza lo scorso settembre, la collaborazione sviluppata con gli studiosi spagnoli ci ha condotto ad effettuare, dal 16 al 18 maggio 2014, una breve ma intensa visita nella zona di Huete (Castilla – La Mancha). A farci da guida sono stati Juan Carlos Guisado di Monti, María José Bernárdez Gómez, Fernando Villaverde Mora e gli altri appartenenti dell’associazione Cien Mil Pasos, che da vent’anni studiano l’attività estrattiva in età romana di questa particolare cristallizzazione gessosa.

La penisola iberica è stata infatti il fulcro dell’estrazione, lavorazione e commercializzazione del gesso speculare, tanto che ad oggi sono già centinaia i siti ipogei noti ed indagati da questo gruppo di lavoro. Abbiamo avuto pertanto l’occasione di scendere in alcune fra le più grandi ed interessanti cave nei dintorni di Carrascosa del Campo (Mina la Mudarra, Mina Aguaciar, Mina Maximo Parrilla e Mina Ranal). Le evaporiti di questa formazione risalgono a circa 10 milioni di anni fa e si sono deposte all’interno di un ampio bacino della Spagna centrale, al cui centro si trova l’antica città di Segobriga (fig. 1).

I gessi si presentano spesso sotto forma microcristallina, di colore bianco, dando origine ad affioramenti caratterizzati da morfologie dolci, collinari, in un contesto ambientale marcato da scarsa e bassa vegetazione (fig. 2).

Assai interessante è la presenza dello sparto (fig. 3), una pianta tipica degli ambienti aridi, che si rinviene strettamente associata agli ingressi delle antiche mine, ed era utilizzato dai cavatori per intrecciarvi corde, sandali, ginocchiere e ceste per il trasporto del materiale estratto. Gli scavi in ipogeo effettuati dai ricercatori spagnoli hanno consentito il recupero di diversi manufatti di questo tipo.

Altrettanto singolare è il contesto in cui si rinviene il gesso speculare. Questa mineralizzazione secondaria riempie infatti dei vuoti carsici, in parte sviluppati lungo fratture della roccia, in parte evolutisi in grandi lenti, di dimensioni plurimetriche. A questo primo ciclo proto-carsico ha fatto seguito una seconda fase, in cui le differenti condizioni di circolazione idrica hanno portato allo sviluppo di canali di volta e pendenti (fig. 4).

I cavatori romani, partendo dalla superficie esterna, si sono portati in profondità alla ricerca di queste grandi lenti di specularite, tracciando cunicoli lungo varie direzioni, talvolta seguendo le fratture mineralizzate, talaltra lavorando nel gesso massiccio (fig. 5) fino ad arrivare eventualmente ad intercettare i vuoti carsici, da cui venivano poi estratti i grandi e trasparenti cristalli (fig. 6).

Ne consegue quindi un intreccio assai articolato e affascinante fra cavità naturali ed artificiali: gli ipogei maggiori, come la Mina Ranal, raggiungono i 6 km di sviluppo conosciuto, con coltivazioni praticate su tre distinti piani. Il collegamento fra l’esterno e il primo livello è spesso realizzato tramite pozzi di pochi metri di profondità, mentre diverse brevi discenderie conducono ai livelli via via più bassi. Qui l’attività estrattiva si è svolta in un lungo arco di tempo, compreso fra l’età augustea e quella adrianea. I cunicoli di ricerca sono realizzati con tecniche assolutamente analoghe a quelli delle cave di specularis note nella Vena del Gesso Romagnola e a quelli acquedottistici ricavati in rocce assimilabili, come le arenarie e determinati tufi, aprendo la possibilità di effettuare studi comparati su vasta scala relativamente agli antichi metodi di esploitazione sotterranea (fig. 7).

Insomma, nonostante il poco tempo a disposizione è stata un’ottima occasione per intrecciare e consolidare rapporti fra studiosi di varie discipline (speleologi, archeologi, geologi, ecc.) e per pensare, in maniera anche conviviale e in un intreccio di lingue diverse ma affini, a futuri sviluppi ed iniziative comuni.

Danilo Demaria con Massimo Ercolani, Piero Lucci, Baldo Sansavini, Stefania Cottignoli, Stefano Piastra, Stefano Lugli, Massimiliano Costa e Ivano Fabbri

Per una più ampia panoramica e approfondimenti sul lapis specularis in Spagna: www.lapisspecularis.org

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