Abstract e riassunti Opera Ipogea 1/2021

Subterranean cavities at Khirbet el-‘Ain, Judean foothills, Israel

Le cavità sotterranee di Khirbet el-‘Ain, contrafforti della Giudea, Israele

Boaz Zissu, Shemesh Ya’aran, Omri Gaster, Eitan Klein, Yotham Zissu

Abstract

Khirbet el-Ain is an archaeological site located in the Judean Foothills, northeast of the ancient city of Beth Guvrin- Eleutheropolis. The site contains two distinct areas of ancient ruins – Upper Kh. el-Ain and Lower Kh. el-Ain – separated by a slope devoid of archaeological remains. The ruins are located alongside the Roman road leading from Beth Guvrin to Jerusalem, adjacent to a dried-up spring. The article describes the results of an archaeological survey of artificial subterra­nean cavities at the two sites. We documented some 30 cavities and subterranean complexes used for quarrying, storage, industry, pigeon breeding, hiding, burial, and more. The cavities were carved out and used mainly during the Hellenistic, Roman, Byzantine, and Early Islamic periods.

Riassunto

Khirbet el-’Ain è un sito archeologico situato ai piedi della Giudea, a nord-est dell’antica città di Beth Guvrin-Eleutheropolis. Il sito contiene due aree distinte di antiche rovine: Kh. el-’Ain superiore e Kh. el-‘Ain inferiore, separati da un pendio privo di resti archeologici. Le rovine si trovano lungo la strada romana che porta da Beth Guvrin a Gerusalemme, adiacente a una sorgente prosciugata. L’articolo descrive i risultati di un’indagine archeologica sulle cavità sotterranee artificiali presenti nei due siti. Abbiamo documentato circa 30 cavità e complessi sotterranei utilizzati per l’estrazione, lo stoccaggio, le produzioni artigianali, l’allevamento di piccioni, ma anche quali rifugi, luoghi di sepoltura e altre funzioni. Le strutture costruite nei siti di Kh. el-’Ain non sono visibili in superficie o nelle sezioni di terreno lasciate da scavi clandestini. Senza l’avvio di attività scientifiche di scavo, non avremmo potuto dire nulla sulla loro disposizione, cronologia o funzione. Le cavità scavate nella roccia a Kh. el-’Ain sono abbastanza ben conservate. Un’analisi architettonica e tipologica delle cavità artificiali scavate al di sotto di queste aree ci permette di ricostruire, anche se in parte, un quadro di insediamento nei due siti durante il periodo ellenistico, romano, bizantino e primo islamico, epoca di cui sono stati trovati pochi frammenti di vasellame sulla superficie. Alcune delle cavità scavate nella roccia, sulla base di caratteristiche tipologiche che trovano paralleli nella città di Maresha distrutta intorno al 108 a.C., sono da ricondurre al periodo ellenistico. Quando queste e altre cavità furono incorporate nei tipici complessi destinati a rifugio, esse furono parzialmente modificate e cambiarono la loro funzione d’uso originale. In generale, i primi complessi di nascondigli conosciuti oggi in Giudea risalgono alla seconda metà del I secolo a.C. o all’inizio del I secolo d.C. I rifugi raggiunsero il loro apice di raffinatezza e la loro più ampia distribuzione geografica durante la rivolta di Bar Kokhba. I pochi reperti che abbiamo trovato nei complessi rifugi di Kh. el-’Ain sono compatibili con questa cronologia. I residenti dei due siti durante diversi periodi furono sepolti in tombe scavate nella roccia con loculi, secondo un modello caratteristico comune sia in Israele sia in aree vicine dal periodo Asmoneo (II secolo a.C. circa) al II secolo d.C., cioè nei pe­riodi ellenistico e romano. La stragrande maggioranza delle cavità nel sito di Kh. el-’Ain inferiore sono strutture sotterranee a forma di campana. Esse erano destinate principalmente all’estrazione di blocchi rettangolari di calcare da utilizzare come materiale da costruzione. Un sottoprodotto dell’estrazione era il calcare tritato, utilizzato nella produzione di malte cemen­tizie. Dopo il completamento dell’estrazione, rimaneva una cavità sotterranea che poteva essere utilizzata per vari scopi. Datare le operazioni di estrazione è stato difficile a causa della scarsità di riferimenti nelle fonti scritte e della quasi totale as­senza di reperti del periodo in cui le cave vennero attivate e utilizzate. Nel complesso, comunque, i dati suggeriscono che le cave a forma di campana risalgano a un periodo successivo all’età romana. Le cavità a forma di campana sono chiaramente successive alle installazioni sotterranee create e utilizzate dalla popolazione locale prima della rivolta di Bar Kokhba, così come i rifugi, le grotte sepolcrali e le installazioni agricole. Nel complesso del Serin e in altri siti della regione, come Luzit, graffiti ad un’altezza significativa che mostrano croci e talvolta iscrizioni in arabo e greco supportano la datazione delle cave al periodo bizantino e del primo periodo islamico. Le nicchie destinate all’allevamento di piccioni vennero successivamente scavate in alcune delle cavità a forma di campana a Kh. el-’Ain inferiore. Nelle vicinanze di Maresha e Beth Guvrin sono note dozzine di piccionaie scavate nella roccia o sotterranee. Gli studiosi ora concordano sul fatto che le piccionaie nelle colline della Giudea fossero usate per allevare i volatili sia quale fonte di cibo, sia per produrre fertilizzante e forse anche per scopi cultuali, dal periodo ellenistico fino al primo periodo islamico. A Kh. el-’Ain inferiore vi sono anche piccionaie successive a quelle ricavate nelle cave in disuso. Nella cavità 21 di Kh. el-’Ain inferiore, ad esempio, una croce incisa nella parete ma parzialmente distrutta dall’intaglio delle nicchie per i piccioni indica che gli operai che scolpivano le nicchie stesse non attri­buivano alle croci un rispetto e un significato speciale. Così questa piccionaia, come altre nelle colline pedemontane della Giudea che furono create in cave in disuso a forma di campana, possono datarsi al primo periodo islamico. Alla luce delle informazioni qui presentate, sembra che i siti di Kh. el-’Ain siano stati frequentati dal periodo ellenistico fino al primo periodo islamico e facessero parte dell’entroterra rurale di Maresha. Nel primo periodo romano (e fino alla rivolta di Bar Kokhba) i siti erano popolati da ebrei, come attestato da caratteristici “reperti etnici”: vasi di pietra, frammenti di ossari, uno o più bagni rituali e complessi sotterranei ramificati. In base alla loro posizione e dimensioni, insieme alla distribuzione delle stesse ca­vità sotterranee, proponiamo che nel sito di Kh. el-’Ain superiore vi fosse una tenuta o una fattoria. Al contrario, Kh. el-’Ain inferiore venne costruita in fondo al pendio, in un punto più basso, e la sua posizione venne determinata dalla vicinanza ad una fonte d’acqua, ai campi agricoli e all’antica strada, con una destinazione quindi agricola e commerciale. Forse l’ascesa della vicina Beth Guvrin, che ha ricevuto lo status di città romana nel 199/200 d.C. e la realizzazione di una presa dell’acqua sorgiva che scorreva ai piedi dell’area da destinare alla città di nuova fondazione, causò il declino dell’insediamento di Kh. el-’Ain. Secondo questo scenario, l’attività nel periodo bizantino e nel primo periodo islamico nel sito sarebbe da ricondurre più all’estrazione del calcare di alta qualità piuttosto che a un insediamento effettivo.

Le ultime miniere del Cadore (Belluno, Veneto)

The last mine of Cadore region (Belluno, Veneto, Italy)

Daniele Davolio, Alberto Riva, Sandro Sedran

Riassunto

È il 1986 l’anno della definitiva chiusura di Salafossa, l’ultima miniera ancora attiva del Cadore, nell’alta provincia di Belluno. Nel corso dei due decenni precedenti avevano già cessato ogni attività anche le altre storiche miniere della provincia, po­nendo così fine ad una secolare tradizione industriale già comune al resto delle aree alpine italiane. La storia delle miniere di Salafossa e di Auronzo di Cadore rappresenta un interessante spaccato sulla variegata realtà mineraria sviluppatasi nell’area dolomitica nel corso del XX secolo, contraddistinta da contesti tecnologici e lavorativi alquanto diversi tra loro. Le miniere di Auronzo facevano parte di quel mondo produttivo arcaico, quasi antico, tipico delle zone rurali e montane del nostro paese nei decenni antecedenti al boom economico degli anni ’60, caratterizzato in primis dal duro lavoro manuale dell’uomo sulla natura. La vita dei “minatori boscaioli” di quegli anni – come li definisce lo storico perito minerario Alcise Zas Friz nel suo libro – era svolta per lunghi periodi in ambienti montani isolati dal resto della civiltà di valle, scandita dalle quotidiane fatiche del lavoro in caverna svolto con pochi mezzi a disposizione e ristorata, nel tempo libero, da ancor meno umili comodità. Al contrario, dagli anni ’70 in poi, Salafossa ha rappresentato per gli operai cadorini e per le loro famiglie quanto di meglio ci si potesse aspettare dal lavoro in miniera: macchine operatrici più sicure, impianti tecnologici moderni, l’illuminazione elettrica, le prime automazioni, nuove tutele sindacali ed i nuovi servizi logistici dedicati alle maestranze hanno cambiato radicalmente in quegli anni l’idea stessa del lavoro in miniera, e dell’essere Minatore. Il presente lavoro ricostruisce la storia delle attività svolte intorno ai due giacimenti dagli anni ’40 in poi descrivendo, lungo un percorso di visita ideale, quel che gli ipogei possono ancora raccontare del passato di queste due storiche miniere dell’alto Cadore e Comelico.

Abstract

In 1986 the Salafossa mine closed definitively. It was the last one still active in the province of Belluno. In the previous years, the other mines in the region had also closed, concluding the long mining tradition common with the rest of the Ital­ian Alpine areas. The history of the Salafossa and Auronzo mines represents an interesting example of the variegated mining reality that developed in the Dolomites region during the 20th Century, with technologies and ways of working very different from each other. The complex of the three mines in Auronzo were part of an old and typical productive world of rural and mountain areas in the years before the economic boom of the 60s, characterized first of all by the manual work of man towards na­ture. Miners’ life in those years was made for long time spans in the mountains isolated from the rest of civilization. Daily efforts were made in the work in the galleries done with a few means available; efforts repaid with very little comfort. On the contrary, from the 70s onwards the Salafossa mine represented for the workers of Cadore and Comelico, and for their fami­lies, the best that could be expected from the work in the mine. Modern technological systems, safe operating machines, electric lighting, the first automation systems, the new trade union protections and the new services offered to the workers have forever changed the idea of working in one mine, and being a Miner. The present research work reconstructs the history of the activities carried out in the two mines from the 1940s onwards, describing an ideal route for visiting the galleries, and explaining what can still be found of the past in these two historic mines in the Italian Dolomite region.

About the structure and relative chronology of the complex of artificial caves in Chhoser, Upper Mustang, Nepal

Sulla struttura e sulla relativa cronologia del complesso delle grotte artificiali di Chhoser, Alto Mustang, Nepal

Igor Grek, Nataliya Moldavskaya, MykhailoShyrokov

Abstract

A large complex of artificial caves was examined by the authors in Chhoser site, in the Upper Mustang, in Nepal. In this article, on the basis of maps, the structure and relative chronology of such anthropogenic cavities are analyzed. Observations show a change in the functional purpose of individual rock-cut rooms and the evolution of the hypogeal settlement as a whole. The authors associate such changes in the construction of the rock-cut complex with the collective use of cavities and a change in the historical and political situation. The similarity of large complexes of artificial caves of the Upper Mustang with some types of rock-cut complexes of Cappadocia is noted. The results are important for understanding the general patterns of development of rock-cut architecture, and can probably be used to analyze similar monuments.

Riassunto

Un ampio complesso di cavità artificiali, tra le 30 visitate dagli autori a quote comprese tra 3500 e 4000 m, è stato indagato nel sito di Chhoser, nell’Alto Mustang, in Nepal, non distante dall’Annapurna, una delle nove vette dell’Himalya oltre gli 8000 m. In questo articolo, sulla base dei rilievi, vengono analizzate la struttura e la cronologia relativa di tali cavità antropogeniche, fornendo una datazione del periodo di maggior frequentazione tra X e XV secolo. Le osservazioni mostrano un cambiamento nella funzione dei singoli vani rupestri e la loro evoluzione in un unico insediamento ipogeo a piani sovrapposti, basato su un sistema interconnesso di camere, di corridoi e di pozzi che viene descritto in dettaglio. Gli autori associano tali modifiche strutturali del complesso rupestre ad un uso collettivo delle cavità ed un cambiamento della situazione storica e politica del paese. Viene fatta notare la similitudine tra gli estesi complessi di grotte artificiali dell’Alto Mustang ed alcuni tipi di insediamenti rupestri della Cappadocia, nonché di alcune caratteristiche morfologiche e ambientali del paesaggio in cui sono stati scavati. I risultati vengono considerati importanti per comprendere il modello generale di sviluppo dell’architettura rupestre, che probabilmente potrebbe essere utilizzato per procedere all’analisi di strutture similari.

Rock-cut Byzantine churches of Koramaz Valley (Kayseri, Turkey)

Le chiese rupestri bizantine della Valle di Koramaz (Kayseri, Turchia)

Ali Yamaç

Abstract

Despite being the capital of Cappadocia during the Roman and Byzantine era, no comprehensive scientific research has been carried out until now in terms of the rock-cut architecture in Kayseri (Caesarea, Mazaca). To fill this deficiency we, as OBRUK Cave Research Group, have started to work for the “Kayseri Underground Structures Inventory Project” in January 2014. This project, carried out based on a triple protocol with Foundation for the Protection and Promotion of the Environment and Cultural Heritage (ÇEKÜL) and Kayseri Metropolitan Municipality, includes the research, survey, mapping, and documentation of all the underground structures located in Kayseri territory. This project, covering the entire province and ongoing for six years, has become very significant and important currently, which was not expected in the beginning, with 46 Byzantine rock-cut churches, 33 underground shelters, 3 underground aqueducts, 10 Assyrian tin mines and 2 cliffdwelling villages with 476 different rock-cut dwelling structures in total, explored, researched and inventoried for the first time by OBRUK Team. The most valuable part of this project carried out in various areas in Kayseri is Koramaz Valley. Four of these newly found Byzantine rock-cut churches are located in different areas of Kayseri and all the remaining 42 churches are located in Koramaz Valley. In this valley, there are seven different villages and both the interior and surrounding of all these villages are full of rock-dwelled structures. Though most of these structures are houses, warehouses, barns, and dovecotes, there are also several rock-cut churches. Though a part of these previously unexplored churches of the valley are small and without fresco, there are frescoes on the walls of few churches and some of the churches researched are as large as the similar examples in Cappadocia. On the other hand, another rock-cut structure complex located in the valley is a monastery. In this article, these newly explored 42 Byzantine rock-cut churches of Koramaz Valley are explained.

Riassunto

Benché l’odierna Kayseri (in antico Caesarea, Mazaca) sia stata la capitale della Cappadocia durante l’epoca Romana e Bizantina, sulla sua architettura rupestre, sino ad ora, non è stata condotta nessuna ricerca scientifica esauriente. Per colmare questa carenza, il Gruppo di Ricerca Speleologica OBRUK di Istanbul, da gennaio 2014, ha iniziato ad operare nell’ambito del “Kayseri Underground Structures Inventory Project”. Questo progetto, condotto sulla base di un triplo protocollo con la “Foundation for the Protection and Promotion of the Environment and Cultural Heritage (ÇEKÜL)” e con l’Amministrazione della Città di Kayseri, si occupa della ricerca, mappatura e documentazione di tutte le strutture sotterranee incluse nel suo territorio. Il progetto, della durata di sei anni, è diventato particolarmente significativo, travalicando le aspettative iniziali, con l’esplorazione e la catalogazione, per la pima volta da parte del team OBRUK, di un insospettato numero di cavità antropogeniche, tra cui 46 chiese rupestri bizantine, 33 rifugi sotterranei, 3 acquedotti ipogei, 10 miniere di stagno assire e due villaggi “a parete” costituiti da 476 differenti ambienti. Le ricerche più importanti sono state condotte nella valle di Koramaz, dove, su uno sviluppo di sedici chilometri, sono presenti sette villaggi, sotto e attorno ai quali sono localizzate innumerevoli strutture rupestri. Benché nella maggior parte dei casi si tratti di unità abitative, magazzini, fienili e piccionaie, sono anche presenti parecchie chiese rupestri, in precedenza del tutto sconosciute. Una parte, che potrebbe essere definita di “tipo familiare”, risulta di modeste dimensioni e priva di affreschi; altre sono invece decorate da cicli pittorici di notevole pregio, anche se molto rovinati, ed hanno dimensioni comparabili a quelle già note nel resto della Cappadocia. Inoltre, uno dei complessi più articolati localizzato nella valle potrebbe corrisponde ad un vero e proprio insediamento monastico. In questo articolo vengono documentate alcune delle quarantadue chiese rupestri presenti nelle formazioni rocciose lungo la valle di Koramaz, di cui soltanto due sono state in passato oggetto di pubblicazioni.

La cisterna ipogea del XIX secolo presente nella Grotta della Cisterna, sita nel quartiere di San Giovanni Galermo a Catania (Sicilia)

The hypogean cistern of the XIX century inside the Grotta della Cisterna, located in San Giovanni Galermo, a quarter of Catania (Sicily, Italy)

Gaetano Giudice, Francesco Politano, Alfio Cariola, Salvatore Tomasello

Riassunto

Il presente lavoro descrive una singolare cisterna ipogea, nel quartiere di San Giovanni Galermo a Catania, costruita nel XIX secolo all’interno di una grande galleria di scorrimento lavico, utilizzata come rifugio antiaereo durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui si riportano l’esplorazione e il rilievo. La particolarità dell’opera consiste soprattutto nel fatto che di norma le cisterne sono scavate nella roccia che le contiene, mentre questa poggia sul pavimento della grotta lavica che la ospita, è stata costruita dal basso verso l’alto, e le sue pareti esterne sono ben visibili dall’interno della grotta. Nella grotta sono presenti in vari punti scarichi di liquami, acque bianche e detriti vari, questi ultimi provenienti da antichi ingressi oggi ostruiti, inoltre sono stati rinvenuti anche reperti ossei e ceramici ascrivibili a diverse epoche, i più antichi risalenti probabilmente all’Età del Bronzo, e alcune strutture di delimitazione degli ambienti ancora allo studio.

Abstract

This work describes a particular hypogean cistern, in San Giovanni Galermo, a quarter of Catania town, built inside a large lava tube used as bomb shelter during World War II. It is not so common to see the external body of an underground cistern, because the external surface of the walls is usually in direct contact with the ground that hosts it, or because in other soils (especially calcareous) the walls of the container are hewn out of the rock itself, and then plastered. In the case described here, instead, the underground body of the cistern seen from inside the cave looks like a huge circular tower, about ten meters high, outside of which, buttresses built with lava stone and mortar are visible. Inside the cave, drains, debriefs and pollutions are present, probably coming from old entrances now obstructed, but also pottery and stones from vary periods, the oldest probably from the Bronze Age, and some stones enclosures delimiting sectors, still under study. Hints of Vulcanospeleology, the disciple which describes the formation and evolution of the volcanic caves, are reported, and artificial caves, such as quarries used to extract, from below old lava flows, the so called “ghiara”, a sandy matter with pozzolanic properties produced by a thermal metamorphism process, are also described.

L’insediamento rupestre di Località Sperone a Verzino (Crotone, Calabria)

The rock-cut settlement of Sperone in Verzino (Crotone, Calabria, Italy)

Katia Rizzo, Francesco Breglia, Felice Larocca

Riassunto

Il sito di Località Sperone a Verzino costituisce uno dei tanti esempi di insediamenti rupestri presenti nel territorio dell’Alto Crotonese. Ubicato lungo le pendici occidentali del rilievo collinare su cui insiste il centro storico della cittadina, si affaccia sul solco vallivo del cosiddetto “Canal Grande”, ad un’altitudine media di 537 metri s.l.m. Il terreno geologico della zona, costituito da una tenera arenaria, ha fatto sì che gran parte della collina venisse utilizzata nel corso del tempo per la realizzazione di architetture di tipo “sottrattivo”, dai moduli planimetrici ricorrenti e dall’articolazione interna piuttosto semplificata. Nel suo complesso l’insediamento si compone di un centinaio di “grotticelle”, di cui quarantatré regolarmente censite e documentate nelle loro caratteristiche interne. Le cavità si aprono su quattro distinti livelli altitudinali raccordati tra loro da sentieri e gradoni tagliati nella roccia. Le origini del luogo sembrano collocarsi, allo stato attuale delle conoscenze, in epoca tardo medievale.

Abstract

The Sperone site in Verzino is one of the many examples of rock-cut settlements in the Upper Crotone region. The site is located along the western slope of the hill where the old town lies and it overlooks the so-called “Grand Canal” valley, at an average altitude of 537 meters above sea level. The hill is made by soft sandstone and this feature let humans to extensively use it over time for the creation of “subtractive” architecture structures, with recurring planimetric modules and rather simplified internal articulation. As a whole, the settlement consists of a hundred caves, of which forty-three are regularly surveyed and documented in their internal characteristics. Caves are arranged on four altitudinal levels connected to each other by paths and rock-cut stairways. According to the current state of knowledge, the origins of the settlement could be placed in the late medieval period.